Io, te e il mare è il romanzo d’esordio di Marzia Sicignano, una spigliata ragazza di ventuno anni che vive a Pompei. Marzia ha iniziato il suo percorso pubblicando le sue poesie su una pagina Instagram che è partita dai duecento followers e che ora ne ha più di duecentomila. Il fatto che abbia solo tre anni in più rispetto a me in parte mi rincuora, in parte mi infonde tanta insicurezza, mi spinge a chiedermi se anch’io riuscirò mai a realizzare i miei sogni come ha fatto lei.
Anche perché Marzia scrive bene e questo è innegabile. Il suo libro mi è piaciuto, sebbene non mi abbia entusiasmata; ma andiamo con ordine.
Innanzitutto il suo romanzo ha catturato la mia attenzione anche solo per la forma in cui è stato scritto: si tratta di un prosimetro, di un’alternanza di la prosa e versi, in una narrativa poetica decisamente evocativa. Non sempre, devo dire, ho apprezzato il suo stile: alcune frasi, alcune espressioni mi sono sembrate un po’ forzate, stonanti, come se cozzassero con l’armonia che fino a un attimo prima Marzia stessa era riuscita a creare, come se dovessero risultare ammalianti ma finissero solo per rovinare il momento. Tuttavia, nel complesso, ho veramente apprezzato il suo modo di scrivere, che fin dall’inizio risulta coinvolgente, ti trascina nell’intrigo d’amore dei due protagonisti, nei loro drammi e nelle loro tenerezze.
Il romance non è esattamente il mio genere letterario preferito e, anzi, di solito sto bene attenta a stargli alla larga, per paura di rimanere delusa. Non è infatti facile trovare un libro che incontri egregiamente la mia idea di romanticismo, di relazione, di amore. Non ho praticamente nessuna esperienza in questo campo, in realtà, quindi so che forse cerco di trovare piena realizzazione per un ideale talmente utopico che non può esistere.
Per questo motivo, inizialmente il libro mi stava deludendo molto, persino mi stava annoiando. Trovavo i pensieri che si susseguivano estremamente ripetitivi e il concetto base sempre lo stesso: la protagonista stava vivendo un amore totalizzante, di quelli che non riesco ad approvare, perché finiscono per diventare una vera dipendenza, portano a chiedere tutto — troppo — all’altra persona nell’impossibile tentativo di farla propria. Tuttavia, devo dire, verso la fine mi sono ricreduta — e nelle ultime trenta pagine mi sono persino commossa. La ragazza che narra in prima persona, infatti, si rende conto che alcuni dei suoi comportamenti sono stati eccessivi, sono stati nocivi, riconosce i suoi errori e perdona quelli del ragazzo che ama. Questo cambiamento improvviso, questa consapevolezza che, però, non ha mutato i toni del romanzo, mi ha aiutata a comprendere una cosa: c’erano, sì, dei lati del rapporto tra i due che non potevano regalare loro un lieto fine, ma il pathos, il trasporto, la passione, la gelosia, la possessività e l’affetto che li contraddistingueva facevano solo parte dell’amore che provavano l’uno per l’altra, che li ha segnati, che li ha aiutati anche, in un certo senso. Il loro problema è stata la mancanza di comprensione e comunicazione, il non riuscire a vedere l’uno le necessità dell’altra.
Non è difficile, secondo me, identificarsi in lei — o tantomeno in lui —, specchiarsi nelle sue paure, nelle sue incertezze, nel terrore che ha di perdere l’unica cosa che riesce a farla stare bene; nel tentativo di tenerla sempre stretta a sé, tira la corda che la lega a essa, ma a furia di tirare questa si spezza. Lui, poi, che può essere se stesso solo con lei, che sente di essere un fallimento, di dover impersonare un altro, ma che con lei trova uno spiraglio, una luce, una speranza, o semplicemente un po’ di tranquillità — come lasciarsi coccolare dal potere distensivo della musica dopo una giornata trascorsa nel caos più totale —, è un’immagine davvero tenera. In un certo senso è come se entrambi, prima di incontrarsi, stessero recitando una difficile parte in quell’immenso teatro che è la vita e solo nella reciproca compagnia fossero in grado di togliersi la maschera, di svelare la propria identità. Inizialmente era tutto un gioco, ma poi è diventata la cosa più vera che avevano. Specialmente quando parlava di se stessa, io in lei mi sono rivista tanto: quel desiderio di trovare qualcuno che possa capirti veramente, la consapevolezza di essere strana, complicata, testarda e — forse — destinata a stare da sola… non so dire se siano o meno tratti dell’adolescenza, ma di certo non ho potuto fare a meno di rispecchiarmi nella sua fragilità.
In certi momenti, in tutta onestà, specialmente nella prima metà, il tutto mi sembrava un’accozzaglia di frasi, forse carine di per sé, perfette per la didascalia di una foto su Instagram, ma vuote nell’insieme. Trovavo assurda la storia che stava raccontando, tutta quell’importanza data al primo sguardo, come se fosse davvero possibile innamorarsi per un colpo di fulmine.
O lo è?
Io, personalmente, non ci ho mai creduto.
Ma una cosa che ho imparato proprio in questo periodo è non dare per scontato che gli altri vivano le cose come faccio io. Dal momento in cui ho iniziato a ragionare così, la lettura di questo libro ha assunto un’altra prospettiva.
Però una cosa che effettivamente non ho proprio gradito è stata una singola parte in cui la protagonista parla di sua madre e asserisce che un genitore solo non sarà mai sufficiente a compensare la mancanza dell’altro. Ora, lei la madre l’ha persa: è diverso. Una perdita implica un vuoto; i vuoti non si possono colmare con le prime cose che capitano, giusto per riempire lo spazio. Ma dal modo in cui parla, inizialmente, sembra quasi che una persona che vive tutta la sua vita con un solo genitore debba avere qualcosa in meno, un pezzo perduto nel vuoto. Questa è chiaramente un’offesa per tutta quella gente che ha vissuto questa esperienza ed è comunque venuta su benissimo.
In conclusione, posso dire che il romanzo non è stato affatto male, sebbene ci sia voluto un po’ di tempo per ingranare. È stato una piacevole compagnia e sono felice di averlo letto nonostante i difetti che — soggettivamente parlando — ho rilevato. Peraltro i ringraziamenti posti alla fine del libro mi hanno fatta sciogliere, per davvero: ero un fiume di lacrime e — per assurdo — mi hanno fatto concludere la lettura con un sorriso.
Sono inoltre curiosa di leggere il secondo titolo di Marzia, Aria, e credo che prima o poi lo farò.
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