ESSENZIALMENTE SPOILER FREE
Scrivere una recensione di Death Note non è affatto facile per me. Parlare di questo manga-anime, per quanto assurdo possa sembrare, è come parlare di un pezzo della mia anima. Non è semplice neanche da un punto di vista obiettivo, perché ci sono così tante cose da dire che risulta complicato decidere da dove cominciare.
La storia vede come protagonista un ragazzo di nome Light (“Raito”) Yagami: un giovane sulla carta perfetto, il classico tizio che provoca l’invidia generale, quello irraggiungibile, che gli altri prendono sempre come esempio per farci sentire inferiori. Light infatti ha la media migliore del Giappone, un QI più alto del normale, è bellissimo (qualsiasi attore ingaggiato per interpretarlo non renderebbe l’idea), ha metà della scuola che gli fa il filo e l’altra metà che lo ammira e lo rispetta. Insomma, Light Yagami si annoia proprio tanto. Si annoia nella sua perfezione a vivere in un mondo decisamente imperfetto, dove il crimine è all’ordine del giorno, dove i buoni soccombono e i cattivi regnano; e, si sa, la noia porta a fare cose assurde.
Un giorno, mentre — annoiato — guarda fuori dalla finestra durante una lezione, si accorge che qualcosa non torna: non è raro vedere un quaderno in un ambiente scolastico, ma è alquanto strano vederne uno che cade dal cielo e finisce per terra come se niente fosse. Per non portarvela alle lunghe, questo quaderno dà il nome al manga-anime ed è appunto il “Quaderno della morte”, che al suo interno reca delle regole scritte in inglese, di cui la più importante è: “L’essere umano il cui nome sarà scritto su questo quaderno morirà”.
Qui la cosa si fa interessante. Light ci crede? Diciamo che decide di fare suo il proverbio “Non è vero, ma ci credo” e si porta il quaderno a casa. Prende anche un’altra importante decisione: lo usa. Scrive il nome del primo criminale che gli passa sott’occhio per televisione, un sequestratore, e aspetta. Forse in cuor suo spera che non accada nulla, ma era troppo curioso per lasciarlo a terra, troppo arrogante per chiuderlo nel cassetto della scrivania e non tirarlo fuori mai più. L’uomo, il cui nome era stato scritto sul quaderno, muore.
Da questo momento in poi, Light sa cosa fare: uccidere tutti i criminali della Terra, creare un mondo dove solo ai buoni è permesso di vivere, e diventare così un Dio. Perfettamente normale, no? A chi non sarebbe venuto in mente!
A questo punto della storia entra in gioco anche il personaggio di Ryuk, un simpatico shinigami (dio della morte), colui che ha gettato sulla Terra il Death Note di proposito. Perché? Beh… anche Ryuk si annoiava parecchio (ricordate il discorso sulla noia e quello che porta a fare?).
Ma è solo adesso che comincia il bello. Light è sicuro di sé, Light si sente già un Dio, tempo tre capitoli/puntate e possono concludere il manga/l’anime, tanto ha vinto lui; ed è proprio qui che si sbaglia. Ora apparirà un altro personaggio, il pezzo forte della serie a mio parere (ma io sono palesemente di parte: L, di cui vi parlerò un rigo più tardi, è il personaggio che più amo nella storia dei personaggi di finzione, un pezzettino del mio cuore gli appartiene): il detective migliore del Giappone, conosciuto sotto il nome, appunto, di L. Naturalmente la follia omicida di Kira (così è chiamato, dalle masse, Light) non è sfuggita all’occhio acuto di L e comincia tra loro due, così, una lotta spregiudicata senza esclusione di colpi, dove le armi adoperate saranno l’astuzia e l’intelligenza (e, nel caso di Light, un quaderno dai poteri soprannaturali).
Vi sono anche altri personaggi principali, come Misa e Rem, o Mello, Matt e Near, che entreranno pian piano nel corso della storia e avranno il loro ruolo e la loro importanza.
Già solo da ciò che vi ho detto (che, fidatevi, è più di un riassunto), capite bene che gli spunti di riflessione sono quasi infiniti.
Chi non vorrebbe vivere in un mondo senza criminali? Forse persino alcuni criminali, in cuor loro, lo desiderano. È il sogno nel cassetto di tutti quello di poter vivere in una realtà intrinsecamente buona, dove la giustizia, la libertà e l’uguaglianza la fanno da padrone. Ma qual è il prezzo giusto per ottenere questa — se così la si vuol chiamare — “pace”? Un degno sostenitore di Machiavelli potrebbe rispondere che non importa quali siano i mezzi necessari per ridurre il tasso di criminalità nel mondo: pur di raggiungere questo fine, tutto è lecito, tutto è corretto, tutto può considerarsi giustizia.
Tuttavia, secondo quello che è il mio parere, il mondo sognato da Light assomiglia più a un regime di Terrore che a un paradiso della legalità. Mi viene da pensare a una frase di una delle mie saghe fantasy preferite, Shadowhunters, che recita “Non credo che si possa indurre al bene con le minacce”; sono visceralmente d’accordo con questa affermazione: la paura non potrà mai portare a vera giustizia, la violenza a vera pace, le minacce a vero ordine. Volendo ipotizzare una possibile riuscita del piano di Light (non ho intenzione di dirvi come finirà il manga-anime, ovviamente), risulta palese una conseguenza: per quanto lui voglia paragonarsi a un Dio, non è di certo immortale, quindi prima o poi morirà; non appena i criminali — vissuti magari nell’ombra nel periodo del suo regno — si renderanno conto della sua sparizione, l’ingiustizia tornerà in auge peggio di prima.
Ma poi, volendo vedere la situazione da un altro punto di vista, io mi chiedo: ma come può un essere umano giudicarne un altro, così simile a lui seppur così diverso? Difatti, già nel primo episodio, Ryuk — un personaggio estremamente interessante nella sua comica neutralità — dirà a Light, quando quest’ultimo gli avrà esposto il suo piano di uccidere tutti i cattivi, queste parole: “Ma così l’ultimo malvagio rimasto sarai tu”. Ed è proprio vero, è verissimo, ed è questo atteggiamento la cosa che più ho in odio di Light: la sua ipocrisia. Ammetto di avere un debole per quei personaggi che appartengono al lato oscuro, che sono affascinanti proprio per il loro passato e per le loro inclinazioni verso il male, ma che però non si giustificano, non cercano di accampare scuse per il loro carattere o per le loro azioni: sono cattivi per il solo gusto di esserlo (come Iago dell’Otello o anche Ade di Hercules, per fare due esempi opposti ma entrambi calzanti). Light invece non solo forse è quanto di più vicino al male puro io abbia mai visto rappresentato su carta o su uno schermo, ma pretende anche di essere visto come un salvatore, come colui che non deve essere ostacolato perché sta agendo per il bene altrui — quando poi del bene altrui si dimentica già nei primi episodi e capitoli, perché le manie di protagonismo e il delirio di onnipotenza prendono il sopravvento.
Tuttavia, sebbene con lui si arrivi agli estremi di questo concetto, senz’altro il Death Note sarebbe una tentazione nelle mani di tante persone. Se ci trovassimo di fronte a un episodio di violenza che non può essere fermato nell’immediato dalle cosiddette forze dell’ordine, ma noi possedessimo un mortale quaderno e potessimo risolvere la situazione, che cosa faremmo? È difficile dirlo. Per cui io credo che, in fondo, il punto sia proprio questo: un’arma del genere non dovrebbe mai entrare nel mondo degli uomini, non siamo all’altezza di una responsabilità tanto grande. Ora, tutti noi sappiamo che è impossibile che si materializzi dal cielo un quaderno con questi poteri, per cui potremmo definirci “al sicuro” da ogni possibile tentazione; ma non è, il potere del Death Note, abbastanza simile a quello che ha la pena di morte in più di un paese, tra cui il Giappone? Pensate, per esempio, agli innocenti che nel corso della storia Light ha fatto fuori (considerando che a volte ha ucciso anche solo dei sospettati): secondo recenti statistiche, più del 4% dei condannati a morte si rivela, vari anni dopo, innocente. Inoltre, punire un assassino assassinandolo non è un po’ un controsenso, nonostante una forma di omicidio sia legalizzata e l’altra no?
Possiamo infatti notare quanto Death Note sia palesemente un vero e proprio manifesto della cultura giapponese, da ogni punto di vista. Gli autori hanno rischiato grosso pubblicando la loro opera e non è infatti un caso se sulle loro identità e sulle loro vite si sappia ben poco. A differenza di molti anime che, magari, pur nella loro complessità, sono graficamente irrealistici, Death Note è una piccola perla anche in questo campo: tutte le scene potrebbero tranquillamente essere interpretate da attori in carne e ossa senza risultare surreali, anzi, si può dire che ciò che riesce a fare il disegno un attore non riuscirebbe mai a eguagliarlo.
Alcuni personaggi sono dunque peculiari, irripetibili, inimitabili. Tra questi, chiaramente, vi è L. Anche solo per la sua fisionomia (carnagione pallidissima e occhiaie scure e profonde sotto agli occhi sempre vigili e attenti), il detective dal nome ignoto si presenta come una figura affascinante e misteriosa, che fin dall’inizio non può non attirare l’attenzione di chi guarda o legge. L è il mio personaggio preferito di tutti i tempi per un’infinita serie di motivi, ma non vorrei dilungarmi più di quanto non abbia già fatto, quindi vi lascio con un’ultima considerazione, ovvero ciò che mi spinge ad adorarlo oltre i limiti del normale.
L sa di non essere perfetto. Sa di essere infantile, di odiare la sconfitta tanto quanto Kira. Anche lui è disposto a tutto pur di scovare il serial killer giapponese, è pronto a infrangere la privacy di molte persone pur di azzerare o confermare i propri sospetti. Dov’è, quindi, la differenza tra L e Light? Non sono forse fin troppo simili, semplicemente schierati da due parti opposte? No. Innanzitutto, anche solo l’ammissione da parte di L di avere dei difetti lo rende già esponenzialmente diverso da Light, che non lo ammetterebbe neanche sotto tortura. Ma non è quello il fulcro della questione: ciò che davvero rende L la nemesi di Light e viceversa, secondo me, è la loro visione della giustizia. Entrambi durante il loro scontro televisivo affermano di «essere la giustizia», ma nel corso degli episodi o dei capitoli si ha modo di vedere esplicata questa affermazione da ambo i lati: Light dimostra fin dall’inizio di identificarsi con la giustizia, di considerare se stesso l’incarnazione di quest’ultima; infatti Light è un personaggio incapace di accettare i propri limiti, i propri sbagli, o — eventualmente — la propria morte, perché significherebbe asserire che è la giustizia a essere in errore, una giustizia ingiusta. L invece dichiara più di una volta che «sarà la giustizia a trionfare» e che lui e i membri della task force agiranno in questo senso, per far sì che ciò accada; L inoltre non ha il terrore della morte, perché si appella a qualcosa di più grande, a un concetto astratto, a una sorta di Bene Sommo, che va ben oltre la sua persona e continuerà ad agire anche quando lui non esisterà più.
Un altro aspetto interessante è il fatto che Light inizialmente parte con degli ideali quasi obiettivamente positivi, di giustizia e bontà, nonostante fin da subito la cosa finisca per degenerare; L a sua volta capita che si comporti in maniera non esattamente consona a un detective o che assuma degli atteggiamenti, per l’appunto, infantili. Quello che voglio dire quindi è: L e Light dovrebbero rappresentare, come accade banalmente nella stragrande maggioranza dei prodotti, il bene e il male; tuttavia questi due antipodi finiscono per fondersi e non vi è una linea netta a separarli.
Tirando le somme credo di aver gradito più l’anime che il manga — eresia delle eresie, lo so —, sia per la scelta del finale e sia per la scena aggiunta nell’episodio venticinque, sebbene ovviamente ci siano dei lati che apprezzo maggiormente nel fumetto, come l’approfondimento della seconda parte, dove compaiono Near, Mello e Matt (specialmente per quest’ultimo).
Lascia un commento